Fenomeni


L’idrogeologia, a cui il termine “idrogeologico” si riferisce, è quella disciplina delle scienze geologiche che studia le acque sotterranee, anche in rapporto alle acque superficiali.

 

Nell’accezione comune, i termini dissesto idrogeologico e rischio idrogeologico vengono invece usati per definire i fenomeni e i danni reali o potenziali causati dalle acque in generale, siano esse superficiali (in forma liquida o solida) o sotterranee.

 

Le manifestazioni più tipiche di fenomeni idrogeologici sono costituite dalle frane e dalle alluvioni, seguite dalle erosioni costiere, subsidenze e valanghe. Inoltre, negli ultimi decenni, sono stati registrati numerosi episodi di siccità che hanno determinato diffuse condizioni di emergenza idrica sul territorio.


Frane

La situazione in Italia
Si intende per frana un “movimento di una massa di roccia, terra o detrito lungo un versante”. Le frane sono molto diffuse nel nostro Paese a causa delle condizioni orografiche e della conformazione geologica del territorio, giovane ed in via di sollevamento.

 

L’impatto socio-economico dei fenomeni franosi in Italia è rilevantissimo e fa sì che il nostro paese sia tra i primi al mondo nella classifica dei danni in termini economici e, soprattutto, in termini di perdita di vite umane.

 

Alcune statistiche basate sulle ricerche che il Gruppo Nazionale Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche (GNDCI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) svolge per conto del Dipartimento descrivono molto bene la gravità del rischio.

 

 

Progetto AVI del GNDCI-CNR – Censimento delle frane dal 1918 al 1994

Frane censite

32.000

Località interessate

21.000

Vittime e dispersi nel XX sec.

5939

Stima dei danni provocati mediamente ogni anno

1-2 miliardi di €

 

 

Inoltre un rapporto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e dell’Unione delle Province d’Italia del 2003 indica come in Italia le aree a rischio elevato e molto elevato siano diverse migliaia e coprano una superficie di 13.760 kmq, pari al 4,5 % del territorio italiano.

 

Tipi di frane

 


Le frane differiscono tra loro a seconda dei fattori di volta in volta considerati: tipo e cause del movimento, durata e ripetitività del movimento, tipo e proprietà meccaniche del materiale interessato, caratteristiche e preesistenza o meno della superficie di distacco o di scorrimento.
Frane molto diffuse sono quelle di crollo: il termine si riferisce ad una massa di terreno o di roccia che si stacca da un versante molto acclive o aggettante e che si muove per caduta libera con rotolamenti e/o rimbalzi. Tipico delle frane di crollo è inoltre il movimento estremamente rapido.

Gli scorrimenti sono invece movimenti caratterizzati da deformazione di taglio e spostamento lungo una o più superfici di rottura localizzate a diversa profondità nel terreno. La massa dislocata si muove lungo tale superficie che rappresenta quindi il limite tra la zona che è instabile e quella che invece è stabile. A seconda della morfologia della superficie di separazione, si possono distinguere due tipi di scorrimenti: rotazionali (superficie curva) o traslazionali (superficie piana o leggermente ondulata).

 

Altri tipi di frane sono i colamenti: in questo caso si ha una deformazione continua nello spazio di materiali lapidei e sciolti; il movimento, cioè, non avviene sulla superficie di separazione fra massa in frana e materiale in posto, ma è distribuito in modo continuo anche nel corpo di frana. I colamenti coinvolgono sia materiali rocciosi o detritici, che sciolti, ed in questo caso l’aspetto del corpo di frana è chiaramente quello di un materiale che si è mosso come un fluido. Questi ultimi tipi di colamenti sono molto rapidi (si parla, infatti, anche di colate rapide di fango) come è stato possibile osservare nel caso della tragedia di Sarno del 1998, durante la quale si è avuta la morte di 160 persone.

 

Dal punto di vista di protezione civile, le frane presentano condizioni di pericolosità diverse a seconda della massa e della velocità del corpo di frana: esistono, infatti, dissesti franosi a bassa pericolosità poiché sono caratterizzati da una massa ridotta e da velocità costante e ridotta su lunghi periodi; altri dissesti, invece, presentano una pericolosità più alta poiché aumentano repentinamente di velocità e sono caratterizzati da una massa cospicua.

 

Ai fini della prevenzione, un problema di non semplice risoluzione è quello di definire i precursori e le soglie (intese sia come quantità di pioggia in grado di innescare il movimento franoso che come spostamenti/deformazioni del terreno, superati i quali si potrebbe avere il collasso delle masse instabili).

 

Efficaci difese dalle frane possono essere costituite da interventi non strutturali (norme di salvaguardia sulle aree a rischio, sistemi di monitoraggio e piani di emergenza) e da interventi di tipo strutturale (muri di sostegno, ancoraggi, micropali, iniezioni di cemento, reti paramassi, strati di spritz-beton, etc.).
Le norme di comportamento da mettere in atto prima, durante e dopo una frana.


Alluvioni

Le alluvioni sono tra le manifestazioni più tipiche del dissesto idrogeologico e sono causate da un corso d’acqua che, arricchitosi con una portata superiore a quella prevista, rompe le arginature oppure tracima sopra di esse, invadendo la zona circostante ed arrecando danni ad edifici, insediamenti industriali, vie di comunicazione, zone agricole, etc.
Le alluvioni più importanti che hanno interessato l’Italia e che hanno comportato un pesante bilancio sia in termini di vite umane che di danni, sono state quelle del Po nel Polesine (1951), dell’Arno (1966) e del Po nel Nord Italia (1994 e 2000).
I fenomeni alluvionali censiti nella Banca dati del Progetto AVI (Aree Vulnerate Italiane), realizzata dal GNDCI-CNR per conto del Dipartimento, sono state nel periodo tra il 1918 e il 1994 oltre 28.000 ed hanno interessato più di 15.000 località.

 

Inoltre, in un rapporto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e dell’Unione delle Province d’Italia del 2003 viene riportato che in Italia le aree a rischio elevato e molto elevato di alluvione sono diverse migliaia e coprono una superficie di 7.774 kmq, pari al 2,6 % della superficie nazionale.
Il territorio italiano è interessato, con frequenza sempre maggiore, da alluvioni che avvengono con precipitazioni che possono anche non avere carattere di eccezionalità. Tra le cause dell’aumento della frequenza dei fenomeni vi sono senza dubbio l’elevata antropizzazione e la diffusa impermeabilizzazione del territorio, che impedendo l’infiltrazione della pioggia nel terreno, aumentano i quantitativi e le velocità dell’acqua che defluisce verso i fiumi, la mancata pulizia degli stessi e la presenza di detriti o di vegetazione che rende meno agevole l’ordinario deflusso dell’acqua.
Molti bacini idrografici, presenti soprattutto in Liguria e Calabria, sono caratterizzati da tempi di sviluppo delle piene dell’ordine di qualche ora; per tale motivo, è fondamentale allertare gli organi istituzionali presenti sul territorio con il maggior anticipo possibile, al fine di ridurre l’esposizione delle persone agli eventi e limitare i danni al territorio.
Una efficiente difesa dalle alluvioni si basa sia su interventi strutturali quali, per esempio, argini, invasi di ritenuta, canali scolmatori, drizzagni, etc., sia su interventi non strutturali, ovvero quelli relativi alla gestione del territorio, come i provvedimenti di limitazione della edificabilità, oppure quelli relativi alla gestione delle emergenze, come la predisposizione dei modelli di previsione collegati ad una rete di monitoraggio, la stesura dei piani di emergenza, la realizzazione di un efficiente sistema di coordinamento delle attività previste in tali piani.

Le norme di comportamento da mettere in atto prima, durante e dopo una alluvione.


Erosioni costiere e mareggiate

In un paese costiero ed al tempo stesso industrializzato come il nostro, il problema dell’erosione costiera è molto diffuso.
Negli ultimi decenni, a causa dei prelievi indiscriminati di ghiaia e di sabbia lungo l’alveo di molti fiumi italiani, è diminuito l’apporto del trasporto solido fluviale recapitato alle spiagge. Per tale motivo, in numerosi litorali la linea di costa è vistosamente arretrata, portandosi a ridosso di infrastrutture viarie, edifici, insediamenti industriali, minacciandone la stessa esistenza e costringendo talvolta la popolazione ad evacuare l’area.



Il problema è stato inoltre aggravato dalle mareggiate che, con frequenza variabile, si abbattono sulle coste e modificano, in modo anche sostanziale, la morfologia della linea di costa.
Per contrastare tali fenomeni, sono state costruite numerose opere di difesa, sia trasversali alla riva (pennelli), longitudinali (frangiflutti), che radenti (muri di sponda, paratie, etc.). Nei casi in cui l’arretramento sia stato talmente cospicuo da erodere gran parte della spiaggia, sono stati attuati interventi più drastici, quali – per esempio - il ripascimento artificiale, consistente nell’alimentazione di una spiaggia, mediante idoneo materiale di riporto, estratto da cave di prestito.


Subsidenze e sprofondamenti

La subsidenza consiste in un lento processo di abbassamento del suolo, che può coinvolgere territori di estensione variabile. Tale fenomeno è generalmente causato da fattori geologici, ma negli ultimi decenni è stato localmente aggravato dall’azione dell’uomo ed ha raggiunto dimensioni superiori a quelle di origine naturale.
Le subsidenze prodotte o aggravate da azioni antropiche possono essere date da emungimento di acque dal sottosuolo, estrazione di gas o petrolio, carico di grandi manufatti, estrazione di solidi, etc: in questo caso i valori totali possono essere anche di qualche metro.
La subsidenza naturale è causata da molteplici fattori: movimenti tettonici, raffreddamento di magmi all’interno della crosta terrestre, costipamento di sedimenti, etc.; i movimenti verticali di tipo naturale possono raggiungere valori di qualche millimetro l’anno.
In Italia i fenomeni di lenta subsidenza si sono verificati lungo la fascia costiera adriatica da Rimini a Venezia (dove questo fenomeno è particolarmente noto), specialmente nei pressi del Delta del Po, ma anche nei dintorni di agglomerati urbani come Milano, Bologna e Modena, in questi casi soprattutto per l’estrazione di acqua dal sottosuolo. Casi più recenti sono stati segnalati in Puglia, nella Piana di Sibari e nella Pianura Pontina.
I provvedimenti da attuare a fini preventivi consistono essenzialmente in una corretta gestione delle risorse idriche, evitando di ricorrere in modo eccessivo al prelievo dalle falde, ed in una rigorosa pianificazione delle attività estrattive.

Un problema solo per alcuni versi affine a quello della subsidenza, ma che ha, al contrario del primo, importanti ricadute di protezione civile, è quello degli sprofondamenti rapidi (sinkholes). Tali fenomeni sono dovuti sia a cavità naturali presenti nel sottosuolo che a cavità realizzate dall’uomo fin dall’antichità (cave in sotterraneo, ambienti di vario uso, depositi, acquedotti, fognature, drenaggi ecc).
In Italia i fenomeni di dissesto provocati da cavità sotterranee sono frequenti ed hanno determinato spesso ingenti danni materiali e, in molti casi, anche la perdita di vite umane.
Relativamente agli aspetti di protezione civile si sottolinea che il rischio legato alle cavità sotterranee è particolarmente diffuso nelle aree urbane dove l’azione dell’uomo ha portato alla creazione di vuoti nel sottosuolo per la maggior parte dei quali si è persa la consapevolezza dell’esistenza, a causa soprattutto della incontrollata crescita urbanistica degli ultimi decenni.
In considerazione delle oggettive difficoltà che si incontrano in tali aree per addivenire ad una corretta analisi della pericolosità, il Dipartimento della protezione civile ha avviato un progetto finalizzato alla definizione dei criteri tecnico-scientifici per l’individuazione delle cavità, per l’analisi della loro pericolosità e per la definizione degli interventi più efficaci da realizzare sia in fase di emergenza che in fase di prevenzione a medio e lungo termine.
Nell’ambito di tale progetto è stato realizzato un censimento dei fenomeni di dissesto dovuti alla presenza di cavità sotterranee i cui risultati (1009 casi ) possono essere visionati sul sito web: http://www.sinkholes.it.

 


Valanghe

Le valanghe (o slavine) sono costituite da masse nevose che si distaccano in modo improvviso dai pendii di un rilievo, precipitando verso valle ed accrescendosi di volume durante il percorso.
Il pericolo delle valanghe è fortemente legato alla presenza turistica in montagna e quindi della maggiore esposizione sia delle persone che degli edifici e delle infrastrutture al rischio.

La classificazione delle valanghe non è delle più semplici a causa delle notevoli variabili che entrano in gioco (tipo di distacco, tipo di neve, posizione del piano di scorrimento, etc.).
Secondo la terminologia adottata in recenti pubblicazioni dell’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe), con riferimento al tipo di distacco, si parla di distacco puntiforme, che genera una valanga di neve a bassa coesione oppure di distacco lineare che dà luogo ad una valanga a lastroni.
E’ molto importante, per le valanghe (che possono essere sia spontanee che innescate), determinare se si tratti di valanghe di superficie o di fondo: se la rottura avviene all’interno del manto nevoso, si ha una valanga di superficie, mentre se avviene a livello del terreno, la valanga è detta di fondo. Le valanghe possono essere poi radenti (a contatto con la superficie) o nubiformi (queste ultime sono dette anche polverose e possono essere costituite da neve asciutta).
Prevedere la caduta di una valanga non è un compito semplice, in quanto spesso la loro caduta non è preceduta da alcun precursore; pur tuttavia sono note con una certa precisione quali sono le aree a rischio di valanghe e vengono segnalate situazioni di pericolo mediante i cosiddetti “bollettini delle valanghe”.
Le cause della valanghe possono essere diverse ma in ogni caso riferibili alla diminuzione della coesione della massa nevosa, che ne determina il distacco. A questo proposito, aspetti di una certa rilevanza sono la lunga permanenza di uno strato di neve in superficie, il riscaldamento primaverile e l’azione di piogge di una certa consistenza.
Per quanto riguarda gli incidenti da valanga, i dati raccolti dall’AINEVA indicano che sulle Alpi in questi ultimi 25 anni sono morte mediamente una ventina di persone ogni anno sul versante italiano.
I provvedimenti da attuare nel caso di rischio valanghe consistono innanzitutto nel conoscere quali sono le aree dove tali fenomeni si generano: in generale, infatti, le valanghe prendono origine quasi sempre dagli stessi luoghi, tipicamente aree di alta montagna, con terreni rocciosi nudi, tra i 2.000 ed i 3.000 metri, prive per lo più di copertura vegetale.
In questo caso un provvedimento da adottare consiste senz’altro nell’evitare queste aree, soprattutto in periodi molto pericolosi (inizio primavera), quando l’innalzamento delle temperature può essere tale da provocare lo scioglimento repentino delle masse nevose.
In caso di incidente, è essenziale che ogni escursionista non sia mai solo, sia adeguatamente equipaggiato, al fine di rendere possibile l’autosoccorso da parte degli altri escursionisti in un arco di tempo sufficientemente ridotto. E’ necessario dunque disporre di un apparecchio di ricerca per la rapida localizzazione in valanga (ARVA) che, posto in trasmissione all’inizio dell’escursione, viene commutato in modalità di ricerca nel caso di incidente. Gli altri materiali per l’autosoccorso sono costituiti da una sonda leggera per l’individuazione del punto esatto in cui si trova la persona sepolta ed una pala per potere liberare il più velocemente possibile una persona sepolta: in genere la profondità di seppellimento si aggira intorno al metro. Nel caso in cui non sia possibile effettuare l’autosoccorso, o anche semplicemente si abbia bisogno di aiuto, occorre chiedere immediatamente soccorso telefonando al 118. In questo caso scatta il cosiddetto “soccorso organizzato”, gestito dal Soccorso Alpino con l’ausilio di elicotteri, cani da valanga e tecnici specializzati.

Come prevenire il rischio di valanghe e cosa fare nel caso di caduta di una valanga.

Crisi idriche

In un sistema di approvvigionamento idrico si verifica una situazione di deficienza idrica quando l’ordinaria domanda d’acqua da parte degli utenti non può più essere corrisposta, sia per eventi di siccità, inquinamento o errata gestione delle fonti di alimentazione, sia per carenza negli impianti (D.P.C.M. 4 marzo 1996).
Negli ultimi decenni, si è venuta a delineare in Italia una situazione meteo-climatica caratterizzata da una generalizzata diminuzione delle precipitazioni. In particolare, negli ultimi anni sono stati registrati prolungati periodi di scarse precipitazioni che hanno determinato situazioni di emergenza idrica in gran parte del territorio nazionale aggravando altresì situazioni già precedentemente in stato di crisi.
Va ricordata tra i fattori che contribuiscono al determinarsi delle crisi idriche, l’inadeguatezza della rete acquedottistica che in Italia presenta una perdita dell’acqua addotta pari al 27%, con punte anche del 40%.
Le emergenze idriche più gravi verificatesi recentemente in Italia sono state registrate nell’estate 2002 (soprattutto al Centro Sud) e nelle estati 2003 e 2006 (in particolar modo nelle regioni settentrionali).




In queste situazioni, la carenza idrica ha determinato forti limitazioni non solo nel settore civile ma anche in quelli agricolo ed industriale.
Il Dipartimento della protezione civile è intervenuto, d’intesa con i Ministeri competenti e con le Regioni interessate, con la dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Consiglio dei ministri e per mezzo di ordinanze che hanno conferito ai Presidenti delle Regioni, nominati Commissari Straordinari, i poteri e gli strumenti necessari per fronteggiare l’emergenza nel settore dell’approvvigionamento idrico e del servizio idrico integrato.
Durante la crisi idrica dell’estate 2003 che ha interessato tutto il bacino del Po, al fine di prevenire il determinarsi di ulteriori situazioni emergenziali, il Dipartimento della Protezione Civile, attraverso strumenti ordinari e disponibili nell’ambito della legislazione vigente, si è fatto promotore di un’intesa stipulata con l’Autorità di bacino, le Regioni Valle D’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, l’Agenzia Interregionale per il fiume Po (AIPO), il Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (GRTN), i Consorzi regolatori dei laghi, l’Associazione Nazionale Bonifiche, Irrigazione e Miglioramenti Fondiari (ANBI), le società di produzione di energia elettrica presenti nel bacino.
Al fine di evitare l’acuirsi di crisi idriche, è opportuno mettere in atto una serie di provvedimenti, anche individuali, per poter preservare e gestire nel modo più opportuno il patrimonio idrico nazionale.
Tali provvedimenti consistono nella gestione oculata e razionale delle falde acquifere, nella riduzione dei consumi, in interventi di riparazione o di rifacimento delle condotte, nell’impiego di reti di adduzione e distribuzione “duali” che consentono cioè l’utilizzo di acqua pregiata per fini potabili e di acqua depurata per alcuni usi compatibili.

I modi per risparmiare l’acqua e le norme da mettere in atto nel caso di sospensione dell’erogazione di acqua.